Gyges (un pastore divenne un re)
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GIUSEPPE DRAGO
TRAGEDIA ” GIGES “
ANNO 2017 |
L’ingenuità può suscitare simpatia
ma può anche distruggere per sempre.
Giuseppe Drago
Sommario
Nella stanza della regina di Eblea
(dopo i funerali parla alla corte)
Chioseus (sacerdote) ad Archedisl
TRAGEDIA
“GYGES”
Introduction
Gyge (685 ca. - 653 ca. a.C.), Gyges, died maybe on 648 BC, King of Lydia, in western Anatolia, from c. 680 to c.648 BC; he founded the Mermnadi dynasty and made his kingdom a military power. According to all ancient souses, Gyges come to the throne after slaying king Candaules and marrying his Queen, but there are several versions of the event itself. Herodotus wrote that Candaules, who was inordinately proud of his wife’s beauty, compelled Gyges to see her nude. She caught Gyges spying on her and forced him on pain of death to kill her husband. According to the standard version of Plato’s Republic, Gyges was a shepherd who found a ring that made him invisible and used it to seduce the Queen and murder the king. A third version is provided by Nicolas of Damascus, in the 1st century BC. Drawing upon the 5th-century Lydian historian Xanthus, he depicted Gyges as an army officer, already suspected of treachery by the royal house, who killed Candaules after the Queen has accused him of attempt seduction. Gyges co-operated with king Ashurbanipal of Assyria in a struggle against the Cimmerians, who had overrun Phrygia, in northern Anatolia. He ten invaded Ionia in Western Anatolia, capturing the Greek city of Colophon and attacking Miletus, after which he travelled to Greece to make offering at Delphi. His downfall came when he lost Assyrian military support because he had dispatched troops to aid a revolt in Egypt. This left him open to another Cimmerian invasion, during which he was defeated and killed. The author valued all the sources, but he considered more reasonable the one presented by Herodotus. He tried to join the parts that are missed or are not mentioned, to give a logical explanation of the facts. In this way, he created a possible drama that it could match with his tragedy Gyges. Riding, he discovers that the poet and dramatist Hebbel Christian Friedrich (n.1813 m.1863 a Vienna), he wrote a tragedy about “Gyges and the ring” on the 1854 and translated in English on the 1914. Strangely, Hebbel was son of a stone mason, so the author Joseph Drago, also was son of a stone mason. He finished to write this tragedy Gyges.
TRAGEDIA
GIGES
Gyge (685 ca. - 653 ca. a.C.), re di Lydia (685-657 a.C.), fondò la dinastia dei Mermnadi, uccidendo il re Candaule e sposandone la moglie. Stabilì la capitale a Sardi e iniziò l'espansione nella Ionia, con l'intenzione di dare al suo regno uno sbocco sul mare Egeo. Grazie all'aiuto degli Assiri, Gyge respinse la prima invasione dei Cimmeri; in seguito, si accordò con il faraone egiziano Psammitico I proprio contro gli Assiri, ma si trovò privo di alleati durante il secondo assalto dei Cimmeri, che causò la sua morte. Gli succedette il figlio Ardys. Le fonti antiche ricordano la sua proverbiale ricchezza. Gyges, vissuto nel 680 a.C. a Ovest di Anatolia, scese in Lydia ove divenne re fino al 648 a.C. per 38 anni. Egli usurpò il trono a Candaules, uccidendolo con la collaborazione della regina, che dopo divenne sua moglie. Fu un grande condottiero, combatte in Siria, e in Egitto e fece ricca la Lydia, ma in Anatolia trovò la morte per mezzo, di Archedis, figlio di Candaules, il quale, dopo aver vendicato suo padre ritornò in reggia per uccidere anche la madre divenuta moglie di Gyges, re di Lydia. Ma il trono appartenne ad Ardi figlio di Gyges e di Eblea. L’oracolo fu contro Archedis per l’eccidio commesso senza interpellare gli dèi. Invincibili in battaglia. Il loro impero giunse a comprendere quasi tutta l'Asia Minore, usurpando all'Egitto il dominio mediorientale.
Capitolo1
Gyges pascolava
Un eco si fuse tra le note vibranti in una valle,
ove un pastore[1] sdraiato sotto un albero
zufolava un cantico fino a quanto più non volle,
Da un antro soprastante,
pervenne il soave canto d’una ninfa,
che infatuò il giovine in un istante.
Gyges, di Daschilo d’Anatolia, figliolo,
era che pascolava in terra di Lydia, ignaro
d’un fato che lo stava aleggiando in volo.
Appena si avvicinò gli apparvero dei fiori,
era la ninfa che lo invitava con incanto,
ad ascoltare la grazia dei suoi cori.
Appena entrò nella spelonca echeggiò il canto,
mentre la ninfa Eco[2] gli veniva incontro,
con il volto seducente e gli si pose accanto.
La ninfa Eco
Gyges, vicin ti ero nel lago quando tu nuotavi
e quando guardavi lo specchio d’acqua,
osservando il mio riflesso, tu m’amavi.
Limpida la mia immagine veniva avanti
e il mio sorriso t’inondava
e ti estasiava al suon di dolci canti.
Il tuo suono, con ascesi note armoniose
uguagliò la risonanza del mio eco,
che fece tintinnare i fiori di mimose.
Ma ancor, coinvolse me che t’apprezzai
che a poco a poco nascere vidi in me
tanto desio che t’amai.
Diletto or mi sei tra queste mura,
che ospitarono Giasone e gli argonauti,
che si diressero per Colchide,[3] alla sera.
Così desidero che tu resti tra le mie premure
che docili ti rendono il pensare,
tra il mio cuor che non ha misure.
Gyge vede la Ninfa
Io vidi in quella luce chiara,
che si confondeva a quella della luna,
la tua immagine venir dolce e cara.
Sentii un suon divino d’armonia
quando le fronti, rimosse al vento,
vibrarono di rara sinfonia.
Non conoscevo il tuo nome e pur t’amai
e appena la tua voce mi de conforto,
come in un incanto, t’abbracciai.
Da allora risuono il flauto come non mai,
e aspetto che m’appari
per sapere di più in questo mondo, cosa fai.
Sol so, che Ninfa sei, di bellezza rara,
che m’accogli nel tuo seno e m’infondi
la speranza che al cuor m’è cara.
Se il tuo amore è senza inganno
fa che nel mio cuor nasca un fiore,
per poi essere accolto nel tuo seno.
La ninfa Eco risponde
Vorrei tanto, rompere il mio incanto,
cambiare il mio essere divino con l’umano,
sentir l’emozioni dell’amore ed il suo canto,
Ma non posso vivere in diverso stato,
il mio mondo è separato e strano
e mi lega tra cielo e terra senza vanto.
Or, che siamo stati insiemi pochi giorni
e amore in noi è nato, ti fò regalo d’un anello,
che dalla realtà ti fa sparire e poi ritorni.
Va o Gyges, il tuo destino è già segnato,
la tua fedeltà a Candaule ti procurerà
un fausto potere e di sangue sarai bagnato.
Gyges verso Sardis
Ecco Sardi! Gli sto d’avanti,
città ove risiede il re di Lydia,
terra di guerrieri, di arcieri e fanti.
Il sole splende in questa città d’oriente,
e le alte terrazze ed i giardini,
vedo che mi conquistano fortemente.
La città sembra una regina,
le strade tutte a lei convergono
e la reggia, par circondata da una corona.
Nella corte cercherò d’entrare,
mi rivelerò come figlio di Daschilo,
e da Cantaules mi farò apprezzare.
In corte
Gyges
Maestà, son pronto ad allietarti,
col suono del mio flauto ed aiutarti
con consigli validi che so darti.
Fama è corsa dai monti fin giù la valle,
che so prevenire l’azione del nemico,
quando improvviso si scaglia alle spalle.
Fu un dono ch’io ebbi e non so come,
accorsi per la dolenza d’un cavaliere,
di cui, non chiesi nemmeno il suo nome.
Seppi che suo padre, cadde in un tranello,
e fu ucciso dallo stesso uomo,
che usurpò il trono del fratello.
Il cavaliere amava la figlia dell’usurpatore,
ed io lo convinsi a sposarla
e perdonare pure il genitore.
Ma fu diverso il destino di quella nazione,
salì al trono, non chi con spada ferì,
ma colui che perse il padre in tenzone.
Candaules
Gyges, tu sembri di possedere le doti,
di un uomo guidato dagli dèi,
per cui, ti assumo per assolvere dei voti.
Oltre l’orizzonte, scende questo fiume
e dopo Sardi bagna ancora Izmir,
ove è nascosto un amuleto nel letto infime.
Esso contiene un divin monile
che ha lasciato Naide, ninfa delle acque,
dopo che uccise Hylas di Heracle, il virile.
Durante la spedizione degli Argonauti
presso la terra di Mysia, Hylas scese
per prendere dell’acqua perché assetati.
Ma Naide innamoratosi di lui,
nell’amore nato in mezzo al fiume,
le cadde l’anello che brilla alla presenza altrui.
Ma stai attento che vi sono in ogni parte,
insidie tra le acque di quel fiume, poiché,
tanti sono andati e trovarono la morte.
Sono pronto a partire, o mio re,
per prendere il fatidico monile
ed esaudire il tuo volere.
Gyges vicino al fiume
Che strane cose vedono i miei occhi?
Raggi di luce intensi, attraversano le fronti
e par, che con la mano io li tocchi.
Un fruscio d’acque gelide e cristalline
convogliano da una cascata verso il lago
e fanno un solco alle colline.
Pesci sprizzano come farfalle,
sullo sfiorare dell’acqua e gioivi
giocano ad inseguirsi tra le falle.
Ed un vapore d’acqua adagiato,
rende quest’intorno misterioso,
ch’è simile a quel luogo che ho sognato.
Questo è il luogo dov’è il monile,
ma i pesci mi impediscono d’entrare,
e a gruppi divorano la carne come mele.
Una mandria sta attraversando il guado,
nel tempo che i pesci cacciano la carne,
prenderò l’anello nascosto qui nel fondo.
Mi tuffo, or che i pesci son lontano,
per raccogliere il sacchetto col monile
e far si che il mio sforzo non sia vano.
Ecco è così prezioso che mi sconvolge,
e mentre brilla fortemente
sembra che dalla mia mano par che fugge.
Vorrei darlo alla ninfa Eco ed esserle grato
per quel giorno che mi invase il cuore
e mi sentii felice come un innamorato.
Nessuna ragione fu contro il mio desire
di rimanere con lei ed amarla
oltre la morte e non più morire.
Ora ritornare alla reggia è bene ch’io decida,
che non mi strugga con i sentimenti
e ricordare che la ninfa in me confida.
Ringrazio gli dèi che m’han protetto
dalle insidie di questo fiume
facendo tesoro di quel che mi fu detto.
Questo monile mi farà aver fiducia
e sarò per Candaules un consigliere,
che mai mi farà rinuncia.
L’ora è già tarda e devo ritornare,
il buio s’approssima e devo trovar riparo
per passar la notte e riposare.
Riflessione di Gyges
Strano presentimento sento in questo luogo
ove prodi e audaci cavalieri si cimentarono
contro i nemici senza alcun ripiego.
Dalla regina, ricevettero gentili pensieri
e dal re furono acclamati
come i migliori sodati e condottieri.
E dopo in me cadde la scelta,
poiché, nulla io feci per meritarlo.
Or ringrazio gli dèi anche questa volta.
Spero che le note del mio flauto,
portino ad Eco dolce armonia e siano
segno dell’amore che abbian goduto.
Da lei, aiuto ebbi nella mia avventura
che ora è cambiata la mia vita, giacché
nel fondo del baratro era caduta.
Ora non so, oltre il colle, cosa m’aspetta,
mi sento d’esser spinto da qualcuno
per incontrare un destino in disdetta.
Mi sento come un seme sballottato
per raggiungere il prefissato loco,
ignaro per essere piantato.
Sembra, che qualcosa in me si desta,
nel sentirmi attratto alla regina
e par che questo desio non ha sosta.
Così, con il re Candaules cerco di far lega,
lo seguirò nei suoi discorsi e nella caccia,
per far sì che tra di noi amicizia avvenga.
Il favor degli dèi mi sia propizio,
essendo che, come esecutore del destino
sarò un fedele servitore al suo servizio.
Gyges ritorna in corte
Maestà, non so come sono qui tornato;
da quel fiume che nasconde molte insidie
per prendere il monile da te desiderato.
Un momento assai propizio io ebbi,
su dei piccoli pesci che divoravano la carne,
che mai li vidi né, il lor dir conobbi.
Così, mentre erano tutti intenti a divorare,
la selvaggina ch’era andata per attraversare,
approfittai per entrare in acqua e poi uscire.
Voglio or dare a te, o re, questo monile
ch’è di valore raro per la tua regina
che infonde per te dolce desiderio gentile.
Candaules
Gyges, sei stato bravo in ogni cosa,
ti farò guardia del corpo e in più,
fido consigliere della mia sposa.
La regina nell’indossar questo monile
le donerà tanta bellezza e fortuna,
che nessuno le sarà mai ostile.
Sia reso noto ovunque nel reame
che, oggi a Gyges sarà dato onore
in corte e tra i cavalieri e dame.
Ora sia fatto un gran banchetto
ad onore degli dèi
a cospetto del nostro prediletto.
Siano chiamati i commensali,
che godano con allegria questa festa
con la partecipazione delle vestali.
Questa serata rallegra il mio cuore,
mentre do la mia sinistra alla regina,
che splendida è, ed è tutto il mio candore.
Cibo e vino siano abbondanti,
mentre i cantori ci allietino,
con la loro musica e dolci canti.
Gyges
Maestà, io ti sarò vicino in ogni evento
e mi scaglierò contro colui
che nascosto o in palese ti sarà cruento.
Alla regina do tanto ossequio,
m’inchinerò alla sua persona
e sempre le sarò fedele come un pio.
· Eblea
Se sua Maestà mi permette il dire,
a te Gyge esprimo gratitudine per il monile,
poiché, in te vi fu più coraggio che paura del perire.
Ed elogio la tua integrità perché singolare
e in riguardo al monile, potevi farlo tuo,
invece, sei stato onesto con tutto il cuore.
Chi ti spinse a questo è un mistero,
lasciare il tuo paese e qui venire.
Certo, un dio c’è stato nel tuo sentiero.
Accetto il tuo regalo e lo porto al petto,
sia quando sono con le dame in corte,
sia quando sono a letto.
Vi è una cosa che in esso ho notato,
quando lo guardo par che mi rispecchia,
il volto di un cavaliere innamorato.
Ora scusate, mi accomiato, perché tardi.
Possano gli dèi che questo dono,
porti fortuna alla città di Sardi.
Candaules
Gyges, noi continuiamo la serata
assaporiamo l’ebbrezza della festa
raccontandoci le avventure dell’età passata.
Vedi questa danzatrice com’è virtuosa,
per lungo tempo io l’amai, perché
la mia mente per le sue doti fu confusa.
Quasi abbandonai il potere del reame.
Spesso, sotto il riflesso della luna
restavamo abbracciati in un sol legame.
Ma quando conobbi mia moglie fu un incanto,
non ho mai visto tanta bellezza in una donna,
che l’amai allora ed ancor l’amo tanto.
Il suo splendore è paragonabile ad una dea,
il suo cadenzar segue delle note armoniose
che non finisco d’amarla ogni giorno sino a sera.
Son sicuro che non hai mai visto donna così bella
che uguagli la bellezza di mia moglie.
Per questo la custodisco come se fosse una perla.
Gyges
Non vorrei dir cosa che turbi il mio re,
ma io ebbi fortuna d’incontrare una ninfa
di bellezza rara che desiò molto il mio amore.
Ed io fui tanto infatuato della sua bellezza
che dimenticai d’essere mortale e che per star
con lei, stavo per consumar la giovinezza.
Ma lei, nel volgere del tempo, fu saggia
nel rivelarmi la realtà del suo mistero
e mi disse: questa vita ti disagia.
Così addolorato imprecai gli dèi,
poiché, mai avrei incontrato donna
che m’avrebbe attratto il cuore come lei.
Così ammaliato presi la via dell’avventura,
e aiutando a risolvere le pene altrui
rifiutai di veder ogni donna pura.
Candaules
Mi dici che la ninfa era di bellezza rara.
Allora consideri mia moglie, secondaria.
Ma io te la faccio vedere, qualche sera.
Anzi, questa sera quando lei va a letto,
ti nasconderai dietro lo stipite del balcone
così quando si spoglia non avrà nessun sospetto.
Poi, quando si girerà e ti sta davanti al petto,
tu ti abbasserai per ammirarla nuda
e ti accorgerai che lei senza alcun difetto.
Gyges
Maestà è questo un tuo astuto tranello
per far ch’io meriti la morte come
un meschino senza essere in duello?
Riconosco che tua moglie è la più bella
e quello che ho detto può essere non vero
ma non far, ch’io debba putrefare in cella.
Candaules
Non pensar male alcuno,
per quello che m’hai dato ti sono debitore
e quindi tutto è pari per ciascuno.
Resterà fra noi e di ciò non ne sarà parlato.
Lei non sa e non può farti male
ed io farò come se nulla fosse stato.
Non puoi dopo la mia proposta ritirarti,
altrimenti il mio cuore non sta in pace
e non posso neanche libero parlarti.
Quando ti sei accertato della sua bellezza
allora sono soddisfatto,
di averti superato con certezza.
Ed ancora, non puoi al tuo re disubbidire.
Or che personal guardia mi sei
devi essere d’accordo anche nel mio dire.
Gyges
Maestà, non so cos’altro debba fare.
Mi sento confuso e lusingato,
verrò come hai detto, per spiare.
Or che sono nella notte sotto il pergolato,
da questo balcone aspetto paziente la regina
che si appresta a venir da questo lato.
E ‘arrivata! E’ l’ora che vanno a letto.
La regina si sta togliendo la sua vesta,
sperando che la sua bellezza non mi faccia effetto.
Ma or che par che l’ora è scaduta,
mi vien davanti risoluta.
La vedo, si, meravigliosa tutta nuda.
Non posso farne a meno,
che rimanere per un attimo di stucco
per guardare il bene che teneva nel suo seno.
Oh! credo che capì che l’ho guardato
e pensa che inganno contro lei s’è perpetrato.
Ma vedo che è ferma, come se nulla fosse stato.
Sento che quest’atto m’ha incastrato
e non so come difendermi
se Eblea mi dirà: Perché m’hai spiato?
La morte sarà dietro le mie spalle,
per avere agito come un lestofante,
quando implorerò pietà per le mie offese.
Nella stanza della regina di Eblea
Chiamate Gyges che venga a convegno
ditegli che la regina desidera parlagli
e che lasci subito ogni suo impegno.
Gyges prima di entrare
Mi sento tutto morire
un nodo in gola non mi fa respirare
e lo stomaco me lo sento ribollire.
O mia regina, mi hai fatto chiamare?
Appena ho sentito il tuo comando
sono subito accorso per ascoltare.
Eblea
Mai fu dato scampo ne perdono,
al libertino che osò alzare gli occhi
quando la regina non era nel suo trono.
Or tu, che sei di gran lunga superiore,
per la tua scelleratezza meriti la morte,
per aver fatto oltraggio al mio pudore.
Ma il monile che m’hai dato,
ferma fortemente il mio furore
che due scelte ti do per essere salvato.
L’una è quella di uccidere mio marito
mentre riposa e dorme nel suo letto
e questo è il pugnale che deve essere usato.
L’altra è di esporti al giudizio della corte.
per aver spiato con inganno la regina
e la tua sentenza sarà di morte.
A te la scelta e a te il pensare
di come risolvere questo tuo dilemma,
or che ti sei fatto, come un ingenuo, ingannare.
Gyges
Mia regina, sono confuso e desolato
di come son caduto in quest’equivoco
d’essere considerato uno scellerato.
A tutto questo non vale la mia discolpa
se ti dicessi il perché di cui venni a spiarti.
Accetto, così, la prima che mi discolpa.
Eblea
Questa è la stanza dove ti sei già nascosto
e insieme con mio marito preparato avete
quello che scoprii essere un complotto.
Ora ti porrai nel luogo che ti ho visto
e quando lui dormirà lo colpirai a morte
e ti nasconderai nello stesso posto.
Quando verrò e griderò aiuto
tu fuggi e scenderai dal balcone
e svanirai veloce da dove sei venuto.
Candaules è entrato e sta andando a letto.
Non appena dorme ucciderò Candaules
eseguendo quello che la regina ha detto.
Mentre dorme è il momento di agire.
con questo pugnale gli infliggo un colpo
che in un momento lo farà morire.
Egli è morto! or fuggo dal balcone.
La regina vedo entrare, corro
per sviare una possibile tenzone.
Eblea
Accorrete! Il re giace e par morto
correte tutti in suo aiuto
perché vedo le tenebre nel suo volto.
In corte
Chioseus (sacerdote)
Udite! Candaules è stato assassinato.
profondo cordoglio gi venga dato
del popol che fedelmente al re era legato.
.
Or sia preparato il rito e l’alto rogo,
le sue ceneri sparse intorno al santuario
che siano degne del suo trono.
Ora, ad Archedis spetta il trono,
la famiglia Heraclede continui
e l’assassino non conoscerà perdono.
E’ tempo di far lega per i diritti di casato
e impedire al traditore che ottenga favore
per salire al trono usurpato.
Si prepari la cerimonia elettiva
per incoronare Archedis, re di Lydia,
per far che la memoria del re resta viva.
Eblea
Cavalieri! Dimenticate che sono la regina,
con potere di tenere per me il trono?
Che non rompete questa legge d’origine divina.
Dato che Archedis è di appena sedicenne
preferisco tenere il trono e sposare Gyges,
che col favor degli dèi a noi pervenne.
Ricordate il magico suo dono
e il rischio che passò per compiacermi?
Solo gli dèi potevano aiutarlo per il ritorno.
Adesso io propongo che mi sia marito,
che divenga re di Lydia ed io la sua regina
e che il casato di Heracle sia finito.
Mio figlio, di questa mia scelta sarà fiero,
e sotto la guida di Gyges
sarà un saggio e astuto condottiero.
Così, la regina di Lydia parla alla corte
e sia fatto secondo il volere del re,
poiché, il suo legame con Gyges era forte.
Chioseus (sacerdote)
Mai fu dato contrasto alla regina,
ma onore le è stato sempre dato
ed or, il nostro consenso a lei s’inchina.
Ma come sacerdote è bene ch’io t’avvisi
che questa unione sarà per te rovina
e ti raggiungerà quando meno la ravvisi.
Eblea
Annunziatore di pene e di sventure
che mai io ebbi a dir cosa alcuna
sulle tue profezie, pur se furono assai dure.
Ed ora ti opponi a me vedova
che ho diritto di esprimere l’arbitrio
e sul destino della corona mi fai schiava.
Che la calamità che m’hai buttato,
su di te cada invece la sventura,
or che da questa corte sarai bandito.
Chioseus
Vado senza indugio e ne risentimento
ove starò in esilio nel santuario d’Apollo,
aspettando le prove del tuo tradimento.
Eblea
Sia chiamato Gyges per annunziare,
contro le scellerate accuse, il giorno
del matrimonio che s’ha da fare.
Gyges,
(dopo i funerali parla alla corte)
A tutto il popolo della reggia,
araldi, Cavalieri e consiglieri,
e agli ospiti venuti dalla Frygia.
Sono lieto d’essere stato scelto
come consorte e re della regina
e come Marmnida acclamato.
Ma se qualcuno è contro a ciò che è proposto,
agli dèi deve chiedere parere, s’è giusto
ch’io prenda di Candaules il suo posto.
Non sono qui per afferrare ciò che non è mio,
ma far di voi un popolo di guerrieri,
avere onore ed essere liberi d’ogni fio.
Così chiedo il vostro nobile consenso,
guardando al futuro che v’aspetta
e lasciare il passato, che non ha più senso.
L’Araldo
Gyges, il tuo parlare è saggio.
non possiamo opporci alla realtà
con l’intento d’ottener vantaggio.
Poiché molte son le incursioni,
e con fatica respingiamo i nemici
quando oltrepassano i confini.
Sono del parere e non ho perfidia,
di dare a tutti la notizia, che Gyges ed Eblea
si sposino e guidino la Lydia.
Siano così, dati onori e festeggiamenti.
L’esercito schierato gridi fedeltà
e che niuno s’opponga o si lamenti,
Discorso di Gyges
Sono, nel primo giorno del sesto mese
incoronato, per voler degli dèi, re di Lydia.
Marmenida, che contro il rivale mai si arrese.
M’impegno di sollevare questo regno,
combattere e far commercio
e a tutti dar onorevole sostegno.
Sono amico di mercanti greci,
da loro importeremo vasellami
e noi venderemo loro le nostre falci.
Offriremo tappeti creati da mani esperte,
e con il nostro denaro, coniato,
tutte le frontiere saranno aperte.
Ricca sarà questa nazione
che sarete fieri d’essere qui nati
combattendo chi, fa nascere tenzone.
Or, la Siria ostenta in nostro andare
e con le sue incursioni non vuol
che ci spingiamo verso il mare.
Ma i nostri villaggi saranno ben difesi
perché contro la forza delle loro frecce,
costruiremo trappole che cadano indifesi.
Così, saremo vincitori contro i nemici,
con orgoglio vivremo nella nostra terra,
e dai vicini godremo, alleanze e benefici.
Dopo dieci anni
Chioseus (sacerdote )
Dieci anni ho trascorso col dolore,
ed ancora non conosco l’assassino
che uccise il nostro re.
I numi ho spesso interpellato
e nessun messaggio d’Apollo,
mi è stato mai mandato.
Tanti sacrifici agli dèi ho offerto,
per chiedere giustizia contro Eblea,
ma nessuno oracolo ho mai ricevuto.
Il suo parlare non mi ha mai convinto,
come non diedi mai plauso alla sua bellezza,
che imbalsama chiunque le sta accanto.
Per lei l’uomo è solo svago e piacere
e con le sue lusinghe, Gyges,
nelle sue mani, non poteva che cadere.
Non ho nessuna prova di quelle ore,
che mi diano un appiglio,
per far vendetta contro l’usurpatore.
Or sento venir qualcuno
dai giardini del sacrato. Lo conosco
è’ lo scudiero ch’era nel raduno,
quando abbiamo visto l’assassino
che fuggiva veloce dal balcone
e poi si dileguò tra i viali del giardino.
Cisio
Sono Cisio, di Archedis scudiero,
che da tempo mantengo nel segreto
un fatto, che mi corrode nel pensiero.
Quella sera che Candaules fu ucciso
nel giardino vidi, dopo avere dissellato,
Gyges, con le mani di sangue intriso.
Mi fu strano quel che vidi,
che ancora penso che sia stata visione,
ma or la coscienza mi spinge a riferirti.
Così son venuto a dir ciò che è accaduto
perché tu possa far giustizia
e ristabilire il trono d’Archedis perduto.
Chioseus (sacerdote)
Ho sempre sospettato
che Gyges fosse l’assassino
ma or non ho più dubbi sull’accaduto.
Cisio, di ad Archedis che venga.
Riferir gli voglio, chi sono gli artefici del lutto.
Poiché, per loro, non ci sarà scusa che li tenga.
Chioseus (sacerdote) ad Archedisl
So che ciò che ti dirò ti farà male,
ma per dar corso alla giustizia
e per il bene del popolo, non sarò formale.
Devi sapere che tua madre
ha perpetrato insieme a Gyges
la morte di Cantaules, tuo padre.
Lei diede a Gyge un pugnale
e lui lo trafisse di notte nel suo letto,
dopo fuggì velocemente dal balcone.
Il tuo scudiero dopo tutti questi anni,
ti ha riferito il nome dell’assassino,
perché tu possa porre fine agli affanni.
Archedis
Mia madre mi ha ingannato,
che sempre gentil mi è stato,
già, dal giorno che fui nato.
Or capisco le sue lusinghe,
dopo la dipartita di mio padre,
mentre mi metteva nelle stringhe.
Lei è rea e detesto il suo fare
e per il suo perverso cuore,
solo odio saprò dare.
Farò vendetta contro lo straniero,
portatore di sangue e di rovina,
che ha tradito la fiducia in un baleno.
Per il momento, seguire Gyges io devo
nelle battaglie contro i Cimmeri, che pressano
i confini, più di quanto non credevo.
Cercherò il modo assai propizio
di rivendicare e dare onore al mio casato
e togliere dal trono il re fittizio.
Gyges e Archedis in guerra
Bisogna attaccare il nemico d’ambo i lati
per ridurre la sua forza che ci opprime,
solo così i Cimmeri saranno sconfinati.
Archedis, tu andrai ad est con gli arcieri
ed io ad ovest con i fanti e i cavalieri
così prenderemo di sorpresa i Cimmeri.
Il nostro esercito è in affanno,
in fuga sono i cavalieri. Diamo l’apparire
di ritirarci e li attacchiamo con uinganno.
Ciò farà il nemico scendere a valle,
e vedendo il nostro ripiegare
penserà d’attaccarci alle spalle.
Archedis
Vedo approssimar l’ora della vendetta,
mentre, Gyges guarda giù nella valle,
gli do un violento colpo in testa.
Così, la morte che lui arrecò ora gli ritorce,
e Gyges, per certo non vedrà più il giorno.
Nella terra andrà, per il suo impeto feroce.
Il grido di Archedis squarcia l’aria funesta.
Vendetta, gli dèi m’han concesso
ed il mio cuore è giulivo e non s’arresta.
Quante volte ho imprecato in litania,
questo giorno con l’affranto mio desire,
ma il tempo vi è più, mi ha prolungato l’agonia,
ed i numi appagati lasciavano ancora
me soffrire nel lungo giorno,
che mi appesantiva l’ora.
Onore, agli dèi sia dato
che m’hanno ripagato la costanza
d’avere il mio onore rivendicato
Ma or, la vendetta è arrivata
anche per quella portatrice di sciagure,
che sebben mi partorì, sarà immolata.
Or, che i Cimmeri abbiamo sconfitto,
o miei fedeli, daremo corso
al sacro oracolo che fu predetto.
In corte Archedis
Vedo mia madre che si diletta,
tra un ghigno all’altro d’ironia
e non sa ancora ciò che le spetta.
Sicura, gesticola lo scettro,
ignorando in cuor suo l’oltraggio fatto,
e par che non sente alcun rimorso dentro.
Ti colpisco, o madre sciagurata,
che, per vanità fosti celebre d’intrighi,
e nulla valse d’essere già amata.
Avida fosti, quando nulla ti mancò
e tra le braccia di mio padre
di regina il tuo turpe cuor si gloriò.
Con infamia, perpetrasti di stroncar la vita,
a chi vita ti diede, più onore a sazietà,
ma or la tua ignobile indole è finita.
Per mia bocca saprai
che il tuo amante giace esanime,
nella fredda zolla, ove anche tu v’andrai.
Or rivincita è stata fatta,
il trono è libero dall’oppressore
e l’avida regina giace qui, senza vita.
Giusto, il sacerdote Chioseus, predisse,
quando in quell’infausto giorno
recidesti colui che con te regnò e visse.
Tua è stata la colpa, più che del forestiero.
e la tua cupidigia coinvolse e distrusse
anche la vita, del fu incauto guerriero.
Chioseus
Archedis! mi sento confuso e desolato.
Ho appreso or, che l’oracolo,
contro di te ha formulato.
Io pregai con tanto ardore,
per intercedere davanti al dio Apollo,
ma nulla potetti per placare il suo rancore.
O Archedis, io che t’ho tanto amato
lottato contro le sventure lanciate da tua madre,
ti porto brutta nova, che re, non sarai chiamato.
Ardi, il figlio di Gyge, gli dèi han scelto.
Egli regnerà a posto tuo sul trono di Sardi,
e il tuo casato con ignominia sarà scalzato.
Tutto ciò, ebbe luogo per la tua condotta,
di non avere interpellato gli dèi,
prima di sentenziar vendetta.
Archedis
Ho numi! Sento che m’avete ripudiato,
dall’agognato mio diritto, di riavere
di mio padre il trono usurpato.
Credetti, nel silenzio, d’essere prosciolto,
e nulla Chioseus mi riferì del vostro niego
che ora mi rende repentino amaro il volto.
Non posi mente a chiedere parere,
poiché, non vidi ne avvertii l’oracolo tal
che volsi in favore ciò che reputai dovere.
Chiedo or, con spasimo, perdono,
che mi liberiate dall’incauto arbitrio,
e che per vostro voler, riacquisti il trono.
Chioseus
Dolente son portatore d’infausto decreto
che annuncia per te l’esilio
per quel tuo gesto, dagli dèi non gradito.
Dopo che gli dèi posero in te stima
ed infranta fu la tua decisione
decisero per te, vita infima.
Al tuo castigo proposero il dire:
per non aver rispettato il loro volere,
ti sia decretato l’esilio o morire.
Archedis,
Io, procacciatore di giustizia,
rivendicai i diritti di mio padre,
ma lo sfavore degli dèi mi dice, che fu malizia.
Avverto angoscia!
La delusione e l’amarezza son cibo
inconsueto per il mio cuore,
che il battere affannoso e senza ardore
mi dà segno di un preludio di sventura.
Non odo alcuno che mi dia conforto
come fu nei giorni di furore,
che esposi l’esser mio alla vendetta.
Eroe fui acclamato, ma ora mi sento infido,
senza speranza né perdono.
Lascio la terra mia
che da quando nacqui, io l’amai,
or per andar lontano ed essere straniero,
come figlio di nessuno
o, ch’ebbi padre un re
e fui amato da ognuno.
Parto o mia terra di prodi guerrieri,
in occidente vo,
e se mai udite della mia morte,
sarà stato per mano degli dèi,
poiché, la spada mia non s’arresterà mai
contro l’oppressore.
Il mio ricordo resterà immutato
Ed i vostri figli quando di me vi chiederanno,
lì esorterete, affinché il mio rimpianto
non sia cancellato.
Fine
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